Fra Italo si racconta…

Estate, tempo di vacanze. Tempo di ritorno per trovare un po’ di meritato riposo anche per i nostri missionari che in questi 2 lunghi anni di pandemia non hanno potuto viaggiare come tutti e neanche poter ritornare in Italia.  Nel mese di maggio è rientrato dal Congo Brazzaville per un breve periodo fra’ Italo Bono, che si occupa del Centro di Accoglienza Ragazzi “Padre Angelo Redaelli” e abbiamo “approfittato” per fargli un po’ di domande cosicché da presentarlo e farlo conoscere anche a chi legge queste righe.

 

Fra’ Italo ci racconti un po’ di te, come sei diventato frate?

Grazie a un frate questuante che girava nella bassa bresciana. Si chiamava fra’ Benvenuto ed era sempre accompagnato da una pecora e un agnellino ma non sapevo a quale ordine appartenesse. Io lavoravo con un pastore e durante la mia conversione sono andato a cercarlo a Rezzato. Lì ho conosciuto fr. Enzo Maggioni (oggi Ministro Provinciale della nostra Provincia di S. Antonio n.d.r) che dopo qualche settimana mi accompagnò a Cermenate dove ho potuto aggiungermi anch’io al gruppo di ragazzi che stavano facendo il periodo di discernimento e prova, il postulandato.   

E la missione?

Nel periodo del postulandato ho avuto la fortuna di fare la mia prima esperienza missionaria in Africa con il gruppo Missionario del Convento di Cermenate in Tanzania. Ero partito in bermuda e arrivato in terra africana ho trovato la nebbia, in inverno raffiche calde mentre d’estate il freddo. Mi piacque molto soprattutto il lavoro dalle suore della Consolata (dove eravamo andati ad aiutare) che gestivano l’ospedale per bambini malnutriti. Ho cercato di fare quello che potevo anche se non avevo conoscenze in campo medico. È l’esperienza che ha segnato il mio cammino francescano. Dopo che i miei genitori sono venuti a mancare (uno nel 98 e l’altro nel 99) nel 2000 sono partito. Volevo fare solo un’esperienza un po’ più lunga questa volta ma in realtà è diventata una scelta di vita. Sono 22 anni che sono in Congo Brazzaville. Quando sono arrivato c’erano parecchi missionari, poi pian piano tutti sono rientrati e sono rimasto il solo. C’è stata poi la morte di P. Angelo nel 2005. Angelo all’inizio era venuto solo in visita ma poi ritornò perché si era appassionato al Congo; ci rimase finché non fu ucciso. La sua morte portò all’apertura di questo centro da parte della Provincia e della famiglia di P. Angelo per aiutare i bambini e ragazzi di strada. Venne acquistato un appezzamento dove c’erano già delle case diroccate che poi abbiamo sistemato e da lì è partito il “Centro Padre Angelo”. In realtà con i ragazzi di strada lavoravamo già da 4 anni altrove. All’inizio il centro di accoglienza per i ragazzi di strada era solo notturno, un posto sicuro dove potevano mangiare, lavarsi e dormire. I primi tempi i ragazzi dormivano sotto il letto per paura che qualcuno potesse fargli del male. Poi pian piano le cose si sono acquietate, hanno iniziato a non uscire più al mattino ma a restare lì tutto il giorno. Così abbiamo iniziato a seguirli un po’ di più, alcuni hanno cominciato ad andare a scuola, altri a imparare un mestiere. Con la morte di Padre Angelo il Centro è cresciuto, si è strutturato e per molti anni è stato seguito con dedizione da fr. Adolfo Marmorino. Ad oggi sono passati circa 120 ragazzi dal Centro, attualmente ne ospitiamo 24 in una fascia d’età dai 5 ai 22 anni. Gli ultimi arrivati sono un fratello e una sorella (la piccola ha solo 5 anni) che prima stavano da una zia che non poteva più occuparsi di loro avendo lei stessa 4 figli. I ragazzi vengono accolti grazie a conoscenze che portano alla luce la loro storia, altre volte li porta la polizia o li invia il giudice. 

Tu sei l’unico frate della Provincia di Sant’Antonio che è lì in Congo?

“Si”

Ci puoi condividere la storia di qualcuno dei ragazzi del Centro? Qualcuno che ha fatto un bel percorso?

C’è la storia di una coppia di fratelli accolti nel Centro. Il più piccolo è arrivato a fare la maturità due anni fa ma entrambe le volte è stato bocciato. Alla fine si è messo a cercare un’alternativa, ha deciso di vendere caramelle e biscotti costruendosi un chiosco. Gli abbiamo detto che se voleva davvero superare la maturità doveva lasciare da parte il chiosco e concentrarsi sullo studio. Quest’anno è il primo della classe! Anche a scuola sono molto contenti.

Poi alcuni ragazzi dei villaggi, che hanno solo la mamma senza la presenza del papà. Una di queste mamme ha sette figli: all’inizio ha portato un figlio e dopo poco sono diventati tre. Lei adesso ha un altro marito e ha già fatto un figlio con lui. Per i bambini che sono da noi sono contento perché sono usciti da un mondo rurale in cui non c’è la scuola e l’unica cosa importante è la zappa e lavorare seguendo le stagioni. Quando si dà l’opportunità a questi ragazzi di uscire da una condizione difficile è sempre una soddisfazione.

Un’altra mamma diabetica e con molte difficolta economiche ha portato i suoi due figli perché non riusciva più a tenerli con sé. Quando li abbiamo accolti nel Centro si era messa a piangere perché era contentissima. Aveva però “dimenticato” di dirmi che uno di loro era epilettico. Ora lo seguiamo con un trattamento adatto e per fortuna le crisi non sono più frequenti come prima quando gli accadeva praticamente quasi tutti i giorni.

Ci sono tre ragazziche abbiamo mandato a scuola dai salesiani, così possono imparare un mestiere. Insomma, storie particolari non è che ce ne siano. Il nostro aiuto è quello di prendere questi ragazzi e dargli un’educazione, un futuro. Innanzi tutto con la scuola, con l’educazione, con la fede, per imparare a vivere insieme nel rispetto reciproco.

Un’altra bella realtà è quella del progetto “Sostegno per crescere in autonomia” creato ad hoc per i ragazzi grandi che possono affrontare il percorso universitario, pagando loro la permanenza agli studi. Il progetto è in stretta collaborazione con l’associazione leccese “La strada di casa” fondata da p. Adolfo (anche se è rientrato in Italia da un po’ di anni). Attualmente come Centro abbiamo un solo ragazzo che va all’università: noi paghiamo vitto e alloggio e l’Associazione gli studi. La mamma di questo studente vive in un campo profughi ruandesi e si occupa dell’altro figlio, affetto da demenza. La società africana emargina le persone disabili pensando che siano colpiti dal malocchio o che portino sfortuna.

Come per esempio gli Albini?

Da noi in Congo gli albini sono tollerati, al contrario del Camerun dove invece vengono emarginati completamente. Il ruolo della Chiesa conta, non ci dimentichiamo che la metà del Congo è cattolica, il 20% è evangelica, poi il restante 30% comprende i musulmani e le sette. Ultimamente gli aiuti congolesi arrivano dalle sette, che mandano gli adepti con riso, sapone etc. Ci sono anche i cattolici, le associazioni o le confraternite delle parrocchie che si organizzano e portano aiuti.

Come declini essere frate francescano nella tua vita di tutti i giorni, in missione e a contatto con questi ragazzi?

Alla fine più che essere francescano è cercare di essere evangelici, quello che il Signore ci dice sempre è di aiutare i poveri, gli orfani, le vedove e questo è in concreto la mia quotidianità. Il Centro si occupa di ragazzi, ma tutte le altre persone che hanno bisogno vengono aiutate nelle nostre parrocchie, nelle nostre altre case. Il fatto stesso che il Vangelo ci dica di aiutare specificatamente gli orfani ci fa piacere, è un’attività che va nel concreto. Tuttavia quando si passa dalle parole alla pratica si entra in un contesto difficile. Il nostro scopo è aiutare le persone ad uscire da una condizione nella quale non vogliono stare. Al di là di tutto, noi non portiamo una visione del tutto francescana perché portare il concetto di povertà in questo contesto è molto difficile. Bisogna quindi portare il Vangelo sotto un altro aspetto: la solidarietà, la carità… Non dimentichiamo che il contesto occidentale in cui viviamo noi è di benessere, cerchiamo la povertà per staccarci dai beni materiali. I congolesi che già non hanno niente non riescono a entrare in questa logica, è molto difficile. Penso anche che questo sia il grosso problema del francescanesimo in Africa; a volte si vuole imporre uno stile di vita che è fuori contesto. Bisogna trovare altre forme. Come stiamo provando a fare al Centro.

E per quanto riguarda il progetto “Dispensario Medico”?

Ah l’ambulatorio! Finalmente, adesso che viene fra’ Pietro Pagliarini faremo l’inaugurazione ufficiale, prima non avevamo i permessi del ministero anche se potevamo già usarlo. Con il finanziamento della Provincia abbiamo sistemato tutta la struttura invece un’altra associazione e il segretariato missioni di Foggia ci hanno aiutato a comprare il mobilio e gli strumenti. Forse quest’anno da Foggia verrà un gruppetto di volontari e infermieri per animare il posto, quando arrivano persone straniere la gente ha più fiducia.