Neologismi missionari

Papa Francesco, nei suoi messaggi, ama molto coniare dei neologismi, delle espressioni inconsuete capaci di mettere a fuoco aspetti che rischiano di rimanere nascosti nell’alfabeto abituale del nostro linguaggio. Alcuni di questi neologismi sono rivolti alla missione, e quindi ci interessano da vicino. Dopo il misericordiati, misericordiamo, vediamo ora un altro modo di dire del Papa: discepoli-missionari.

La novità non sta nei due nomi: infatti, discepoli e missionari sono vocaboli comuni, soprattutto quando si parla di evangelizzazione. Il nuovo sta nel trattino che li unisce. Ecco, questa è la novità che Papa Francesco continuamente ci mette davanti agli occhi. Ma cosa significa questo trattino che lega le due parole come fossero una sola, rendendola un neologismo così originale?                                                                                        Il discepolo del Vangelo è colui che si mette alla scuola di tutto quello che Cristo ha detto e fatto. Medita il suo insegnamento, ricerca il perché dell’agire di Gesù.                        Il missionario è colui che cerca di vivere sulle orme lasciate dal Figlio di Dio, si impegna a fare le stesse cose, a predicarle, a tradurre nella sua vita la stessa vita del Signore.
Ma i due vocaboli lasciati, per così dire, sciolti, rischiano di slegarsi anche nella vita, quasi a dire: adesso sono discepolo sul libro, poi farò l’apostolo per strada, adesso studio e penso, e dopo cercherò di praticare quanto la vita mi chiederà.
Un certo tipo di formazione sacerdotale e religiosa ha viaggiato per molto tempo su questo binario di indipendenza e di distacco dei due: intanto ci sono gli anni della teologia – si affermava – con tutti questi libri da studiare e imparare, poi si vedrà… dove mi chiameranno i superiori.
Ma separare i due momenti toglie il dinamismo missionario al discepolo, e le motivazioni infuocate all’apostolo. Il primo rimane imprigionato nella carta, il secondo è un agitato senza centro. Così il discepolo senza l’apostolo resta uno studioso e il suo vangelo sa di cerebrale e freddo, non tocca il cuore di nessuno. L’apostolo senza il discepolo viene trasformato in un tuttofare impegnato di giorno e di notte, lasciando nel limbo della sua anima il perché sta operando, le motivazioni che illuminano e riscaldano il suo spirito.
Di san Domenico si dice che “o parlava con Dio o parlava di Dio”. Ecco un bell’esempio
di discepolo trattino apostolo. Quando parlava con Dio il fuoco si sviluppava nel suo cuore e quando parlava di Dio infuocava gli ascoltatori con lo stesso fuoco d’amore che Dio gli aveva acceso sull’altare del suo cuore. Faceva uscire il discepolo mentre era apostolo e forgiava l’apostolo mentre da discepolo stava col Signore.
Ecco perché Papa Francesco ha voluto mettere il trattino tra i due momenti della vita cristiana: il trattino porta il discepolo all’apostolato e l’apostolo sente di poter parlare e agire in nome di Dio nella misura in cui è stato discepolo. Possiamo, allora, dire che il vero discepolo è l’apostolo e il vero apostolo è il discepolo. Il trattino dice la compresenza dell’uno e dell’altro.
Gesù è stato l’inarrivabile esempio di questo trattino: discepolo-apostolo. Il suo apostolato ha sempre avuto inizio dagli orecchi: ha ascoltato, ha guardato negli occhi, ha toccato con mano le sofferenze della gente, si è lasciato smuovere le viscere della compassione. Il suo essere discepolo attento lo ha reso l’esemplare apostolo di amore, di misericordia. Nella vita di Gesù troviamo sempre questo trattino che lega le due parole, fin dall’inizio, da quando il trattino si è impresso nella sua persona legando la sua divinità alla nostra umanità

 

                                                                                                                                  fr. Massimo Tedoldi